Un racconto da rivivere – Testo teatrale scritto per la Liberazione

Vedere un proprio testo, le parole prendere vita è sempre emozionante.

Se quelle parole poi sono state ispirate dai fatti di vita vissuta da persone ormai anziane ma che hanno ancora negli occhi i ricordi e la paura di quei giorni, quegli anni di guerra…. beh piangere è il minimo!

PERSONAGGI:

Nipote (Oggi)

Mamma

Papà

Ragazza

Ragazzo

Fascista

 

NIPOTE (A pubblico)  Lasciatevi accompagnare in questo racconto… Mia nonna mi raccontava sempre le storie della sua infanzia. A lei piaceva raccontare, a me ascoltare. Di solito iniziava col chiedermi qualcosa, tipo “cosa studiate a scuola?” O “c’è qualche ragazzo che ti fa la corte?” Iniziava sempre con una domanda ma difficilmente aspettava la fine della mia risposta. Io iniziavo ma poi continuava lei con il suo “ Ai miei tempi…”. Sì, iniziava sempre così. Amavo quelle storie, ero incuriosita di quei tempi così vicini eppure così lontani. La guerra era finita da 30 anni! I miei nonni l’avevano vissuta sulla loro pelle, ma per noi nipoti i loro racconti erano quasi favole inventate. Ai miei fratelli piacevano le storie dei partigiani, a me le storie di vita quotidiana! Mi piaceva quando ci raccontava delle cene intorno ad una misera candela, dei giochi a carte degli uomini e delle donne che facevano la maglia, per far passare le lunghe serate invernali.

MAMMA Tesoro vieni qui, fatti sistemare quei capelli.

RAGAZZA Fuori c’è un forte vento

MAMMA Qua siamo al caldo e poi siamo insieme…

 

NIPOTE Le piacevano quelle serate. Le piaceva stare tutti insieme, “Lì dentro sembrava che la guerra non ci fosse”. Diceva sempre così. Le donne facevano la maglia, gli uomini giocavano a carte e ogni tanto il papà accendeva la radio…  (Inizia a cantare e sullo sfondo si vede la famiglia nella stalla)

 

Si.. guarda fuori come piove
ci convien restare in casa
ed aspettare il sole.

Si.. quante nuvole leggere
si rincorrono veloci
verso pallide chimere.

Sento vicino
il rumore del temporal
stringimi tanto al tuo cuore
da farmi mal

(Si sente il rumore di un aereo. La nipote smette di cantare e gli attori sullo sfondo, spaventati spengono la luce della candela)

MAMMA Silenzio!

RAGAZZA Oddio mamma!

PAPA’ Spegnete quelle candele!

MAMMAMa perché! Cosa vogliono da noi?

PAPA’ Da noi niente… non cercano noi!

MAMMA E chi allora?

PAPA’ Lo sai, piccola mia!

RAGAZZA Mamma io sono stanca!

MAMMA Finirà

FRATELLO Quando?

MAMMA Finirà!

 

PAPA’ E’ passato, per stasera siamo al sicuro!

NIPOTE Quello era Pippo! Sì Pippo, avete capito bene. Avevano dato un nome a quell’aereo che giorno e notte volava sopra le loro teste alla ricerca di un posto dove sganciare le sue bombe. Si dice che dare un nome alla paura ti aiuta a sconfiggerla… Pippo è un nome buffo per un aereo, fa quasi ridere. Eppure mia nonna, nonostante gli anni ormai passati, non ha mai riso pronunciando quel nome. Ogni sera la stessa paura, eppure il giorno dopo la vita ricominciava, scandita da una normalità che non era mai tranquilla e mai uguale a se stessa.

Erano in molti in famiglia, quindi impastavano il pane che poi doveva essere portato al forno del paese per essere cotto. Quel ruolo spettava a mia nonna, la figlia maggiore. Preparava il suo carretto con le sue forme di pane e ogni giorno andava in paese… (Intanto si vede la ragazza preparare il carretto) Il tragitto era sempre lo stesso: prima il vialetto di casa, poi le strade di campagna, il fiume da attraversare, poi il paese, le stradine tra le case, la piazza, la chiesa e infine il forno! E al ritorno: tutto al contrario. Ogni giorno uguale eppure lei aveva paura! “Perché avevi paura, nonna?”  “Perché non sapevi mai chi potevi incontrare, cosa poteva capitare.”

Un giorno…

(La ragazza cammina davanti, dietro c’è un ragazzo che la segue. Lei accelera spaventata, lui allunga il passo e inizia a cantare)

RAGAZZO  Tutte le sere sotto quel fanal/ presso la caserma ti stavo ad aspettar/ Anche stasera aspetterò/ e tutto il mondo scorderò/ con te Lili Marleen.

(La ragazza inizia a correre ma le cadono delle forme di pane dal carretto. Si ferma a raccoglierle e viene raggiunta dal ragazzo)

RAGAZZA  Grazie, ce la faccio da sola

RAGAZZO  Ecco, questa è l’ultima.

RAGAZZA  Grazie

RAGAZZO  Hai paura di me?

RAGAZZA  Perché mi segue?

RAGAZZO  Sto andando al paese. E tu?

RAGAZZA  Al forno.

RAGAZZO  Facciamo la stessa strada

RAGAZZA  Vada pure avanti, io col carretto sono più lenta

RAGAZZO  Non ho fretta

RAGAZZA  Cosa vuole da me? Una forma di pane? La prenda!

RAGAZZO  Non voglio niente. Solo parlare…

RAGAZZA  Non mi è permesso parlare coi soldati

RAGAZZO  Non sono un soldato.

RAGAZZA  Quella canzone…

RAGAZZO  E’ vero la cantano i soldati. Sono un infermiere. Stia attenta!

RAGAZZA  Ci passo ogni giorno da questo fiume… lo conosco bene ormai! (pausa) Ne ha conosciuti tanti soldati?

RAGAZZO  Un po’. Ma presto mi manderanno in un ospedale militare

RAGAZZA  Ha paura?

RAGAZZO  Non ho scelta.

RAGAZZA  In paese raccontano di ospedali bombardati

RAGAZZO  Io sono bravo

RAGAZZA  A scappare?

RAGAZZO  No, come infermiere. Quelli bravi li salvano sempre!

NIPOTE  Continuano a camminare in silenzio, mia nonna e quello strano ragazzo. Ad un certo punto sentono un rumore, un rumore conosciuto. Alzano gli occhi al cielo e la vedono…

(Si sente il rumore di una bomba che si sgancia).

Rimangono immobili, con le mani sopra la testa. La bomba cade nel fiume, non li prende. Mia nonna scoppia a piangere, il ragazzo l’abbraccia. Un abbraccio proibito, tra due giovani sconosciuti. Non so per quanto rimasero lì e nemmeno come si sono divisi dopo. Mia nonna si ferma sempre qui nel suo racconto. E io mi faccio sempre la stesse domande. Perché hanno sganciato quella bomba su due ragazzi e un carretto sgangherato? Cosa sarebbe successo se non fossero stati fortunati? Se quella bomba li avesse centrati? Nessuna risposta a queste domande… Mia nonna non si faceva domande e ogni giorno riprendeva il suo carretto e rifaceva la stessa strada. Ogni giorno in quel punto guardava il cielo e accelerava il passo. Pippo non è più tornato, ma il rumore di quella bomba che scendeva sopra di lei è ancora nelle sue orecchie.

“Dammi una rosa da tener sul cuore/legala col filo dei tuoi capelli d’or/ forse domani piangerai/ ma dopo tu sorriderai/ a chi Lili Marleen? / a chi Lili Marleen?”

(Un ragazzo corre veloce e passa davanti a due fascisti)

FASCISTA  Ei tu! Dove corri?

FRATELLO ( Si ferma) Dice a me?

FASCISTA  Sì, proprio a te. Dove vai conciato in questo modo!

FRATELLO Al funerale… l’ho appena saputo

FASCISTA  In piazza?

FRATELLO In piazza, è lì che lo fanno no?

FASCISTA  Direi di sì.

FRATELLO Allora corro

FASCISTA Non così di fretta…

FRATELLO Ma sono in ritardo… che ore sono?

FASCISTA  Le 3 meno un quarto.

FRATELLO Ce la posso fare allora…

FASCISTA  Prima però devi passare da casa

FRATELLO Da casa? Impossibile

FASCISTA  Forse non hai capito…

FRATELLO Ma casa mia è lontana, se torno indietro arrivo in ritardo

FASCISTA  Ed è poco educato arrivare in ritardo ad un funerale

FRATELLO Infatti

FASCISTA  Ma anche andare conciati così è poco educato

FRATELLO Lo so! Ascolti, ho appena saputo che mio padre sta male, non è proprio la giornata giusta!

FASCISTA  Dov’è la tua divisa?

FRATELLO La divisa?

FASCISTA  Ce l’hai vero la tua divisa d’avanguardista?

FRATELLO Certo, è a casa.

FASCISTA  La divisa è obbligatoria

FRATELLO Lo so, certo! Ma gliel’ho detto, ero nei campi e io non la metto quando lavoro… non vorrei sciuparla.

FASCISTA  Ma che bravo ragazzo, che ci tiene alla sua divisa

FRATELLO Molto! Ci tengo molto alla mia divisa.

FASCISTA  Ma ci tieni meno alla tua dignità

FRATELLO No

FASCISTA  Ora torni a casa, ti lavi, indossi la tua bella divisa e poi ti presenti in società

FRATELLO Ma vi ho già detto che non ci riesco, farei tardi al funerale

FASCISTA  Ti conviene fare come ti dico

FRATELLO Dai, può far finta di non avermi visto

FASCISTA  Vorresti corrompermi?

FRATELLO Assolutamente no! Non lo farei mai

FASCISTA  Allora fai quello che ti ho detto

FRATELLO Non posso, mio padre mi ha detto di andare la funerale… non posso tornare a casa ora!

FASCISTA  Povero piccolo, deve fare quello che ha detto il papà!

FRATELLO Ma non capisce, è import/

(Fascista sputa in faccia a Fratello)

FASCISTA  La dignità, quella è la cosa importante. La dignità e l’obbedienza e tu, senza la tua divisa, stai disobbedendo e stai facendo perdere la dignità a tutti!

FRATELLO Non è una divisa che ci rende dignitosi

(Fascista  strattona e prende a calci il Fratello)

FRATELLO No, no fermati!

FASCISTA  Ora vai!

NIPOTE Il fratello di mia nonna diceva sempre che quel giorno aveva “fatto l’eroe”. Non tornò a casa, non si mise la sua divisa. Girò l’angolo e andò al funerale, dal Parroco che lo stava aspettando. Lì, in mezzo alla gente incontrò il fascista. Pochi sguardi e capì. Da quel giorno portava la divisa anche quando andava a lavorare nei campi.

Ogni giorno mia nonna portava il pane al forno, i suoi fratelli lavoravano i campi. Ogni sera Pippo passava di lì, per ricordare a tutti che la guerra c’era, era lì anche se a volte non la vedevano. Poi un giorno un ragazzo in bicicletta passò correndo fra le case, gridava che la guerra era finita. Urlava e rideva! La gente lo guardava sbigottita, quasi non ci credeva.

La guerra è finita! La guerra è finita!


Questa scena è stata scritta partendo da alcune interviste fatte ad alcuni cittadini della città di Scandiano che hanno vissuto negli anni di guerra e hanno messo a nostra disposizione i loro ricordi, le loro emozioni e le loro paure.

Ringrazio il Centro Teatrale MaMiMò che mi ha chiesto di scrivere e ha messo in scena questa scena durante la serata di ricordo per la Liberazione.

E ovviamente ringrazio il regista e gli attori che hanno reso vive le mie parole!

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